Venezia: Basilica di S. Maria Gloriosa dei frari. L’Assunta di Tiziano

Nel mese di agosto, e precisamente il 15, si celebra l’assunzione della B.V. Quale occasione migliore per recarsi ad ammirare una delle più famose rappresentazioni pittoriche e precisamente quella di Tiziano Vecellio custodita nella magnifica basilica dei frari a Venezia. L’imponente pala (6,90×3,60 metri), commissionata a Tiziano nel 1516 da frate Germano, superiore del Convento dei Frari, fu collocata nell’abside il 19 maggio 1518. Tre ordini compongono la tavola: in basso ci sono gli apostoli, stupiti ed agitati per l’avvenimento strepitoso. In mezzo la Madonna, lievissima, immersa in un fulgore di luce è circondata da una folla di angeli. In alto, il Padre che, in serena e dignitosa maestà , attira a sé la Vergine con uno sguardo d’amore. La geometria del quadro, segnata dal triangolo dei rossi, è invitato verso l’alto; la luce invece, che è vita, amore, gioia, piove dall’alto: si sprigiona intensissima dal Padre, investe la Vergine e gli angeli in un alone dorato, e diventa l’azzurro del cielo. In basso in mezzo al quadro c’è la firma di Tiziano: Ticianus. Quest’opera una pietra miliare della produzione giovanile dell’artista e, anzi, quella della sua consacrazione definitiva, al punto, grazie all’eccezionale fortuna critica, di divenire in seguito l’immagine più nota del maestro cadorino. Nel 1817 la pala venne trasportata alle Gallerie dell’Accademia, dove divenne uno dei dipinti preferiti e osannati dell’Ottocento. Il capolavoro tizianesco è tornato alla sua collocazione originaria nell’altar maggiore della Basilica il 13 agosto 1945, dove oggi si può ammirare nelle esatte condizioni per le quali l’artista l’aveva pensata.

Art. tratto dal sito: www.basilicadeifrari.it

Firenze: Galleria degli Uffizi. Natività di San Giovanni Battista del Pontormo

Fronte
Retro

Il 24 del mese di giugno è dedicato alla nascita di San Giovanni Battista, una delle figure più rappresentate nell’arte figurativa. Andiamo ad ammirane una che si trova nella Galleria degli Uffizi di Firenze e precisamente quella realizzata dal Pontormo. La Natività di san Giovanni Battista è un dipinto a olio su tavolo (diam. 54 cm) databile al 1526. Si tratta di un desco da parto cioè di un vassoio in uso nelle famiglie fiorentine più agiate, col quale si serviva un primo pasto, solitamente un brodino, alla partoriente subito dopo il parto; per questo vi erano spesso dipinti temi allegorici ben augurali o episodi sacri legati alla natività. Nel Cinquecento, comunque, si trattava di un oggetto già desueto, legato al secolo scorso, che venne commissionato probabilmente per tradizione familiare. L’opera mostra la scena della natività di san Giovanni organizzata con una certa originalità compositiva. Il letto di santa Elisabetta è disposto in orizzontale e la donna si affaccia seduta mentre con lo sguardo sta rivolta al marito Zaccaria che sta scrivendo il nome del nascituro, rompendo la punizione che l’aveva costretto al mutismo per l’incredulità riservata all’angelo che lo aveva avvisato della nascita di un figlio. Una fantesca tiene il bambino in braccio al centro, posizionandolo in diagonale lungo una linea di forza che conduce al volto della madre. Altre donne si affollano attorno, una si piega a destra per leggere il nome sul foglio, una sventola Elisabetta e una si affaccia da una tenda scura sullo sfondo, mentre una quarta torreggia slanciata sul bordo sinistro. La profondità spaziale appare assottigliata, come in altre opere dell’artista. La ricchezza di pose e di sguardi che non si incontrano direziona l’occhio dello spettatore da un estremo all’altro, con un dinamismo e una ricercatezza tipica del raffinato manierismo. Sul retro i due stemmi familiari dei coniugi sono uniti in un unico scudo su sfondo scuro, con due grottesche antropomorfe di notevole raffinatezza. La cornice in finto porfido è dipinta con grande perizia.

Art. tratto dal sito: http://wikipedia.org

Bologna – Pinacoteca nazionale. Jacopo Tintoretto: La visitazione di Maria.

Il 31 maggio si celebra la visitazione di Maria. Andiamo pertanto ad ammirare un dipinto del Tintoretto conservato nella Pinacoteca nazionale di Bologna.
L’opera rappresenta l’episodio evangelico della visita di Maria in cinta di Gesù, a sua cugina Elisabetta che era molto più anziana e che era anche vicina a dare alla luce Giovanni Battista. l dipinto presenta la l’incontro delle due cugine della Vergine Maria e Santa Elisabetta all’ingresso della casa di quest’ultima in un accesso inclinato. La Vergine Maria, a sinistra, indossa un vestito rosaceo con una sottoveste blu scura, un mantello dello stesso colore del vestito e un velo in testa. Elisabetta indossa una gonna leggera e un vestito con una sfumatura rossiccia, un leggero velo e tende le mani per ricevere e sostenere Maria.

Per lasciare spazio alla risonanza di queste parole Tintoretto ritrae Maria e Elisabetta che si salutano ancora separate senza abbracciandosi (differenza della Visitazione della Scuola Grande di San Rocco a Venezia). Dietro a Maria arriva il marito, San Giuseppe, sostenuto da un gruppo di persone di cui uno ha un’aria di attesa. San Zaccaria, marito di Elisabetta, si trova sul lato della casa ma su un piano inferiore appoggiato su un bastone che rappresenta la sua età avanzata come quella di sua moglie e all’ingresso della casa c’è una giovane donna di parte. Il dipinto è caratterizzato dalle grandi proporzioni delle figure della Vergine Maria e Santa Elisabetta che si spiccano la scena.

Art. Tratto da http://it.wikipedia.org

Venezia – chiesa di S. Giorgio Maggiore: l’Ultima Cena di Jacopo Tintoretto

Per la S. Pasqua di quest’anno andiamo ad ammirare un capolavoro di Jacopo Tintoretto e precisamente una “Ultima Cena” presente nella chiesa di S. Giorgio Maggiore a Venezia. E’ un’opera alla quale Tintoretto aveva finito di lavorare proprio nel 1594, l’anno stesso della sua morte. La grande tela presenta alcune importanti innovazione. In primo luogo l’ambientazione, all’interno di una specie di osteria popolare e poilacomposizione con la mensa disposta trasversalmente, scorciata dalla prospettiva e non parallela al piano del dipinto come nell’Ultima Cena di Leonardo. E’ la luce però la protagonista principale e assoluta. Essa proviene, per la maggior parte, da una lampada a olio appesa al soffitto. I bagliori delle due fiamme percorrono irregolarmente tutto l’ambiente, ora fermandosi sulle travi del solaio, ora sul bianco corpetto della serva che sta cercando delle stoviglie in una cesta. In questa rappresentazione vi è un realismo sincero e profondo, un’atmosfera che ciascuno poteva ritrovare in una taverna veneziana del tempo. Ma a questa luce, naturale e rossastra, si sovrappone quella, quasi fluorescente, emanata dagli Apostoli. Intorno a Gesù poi il chiarore si fa più intenso. Non si tratta di una semplice aureola, quanto piuttosto di una fonte luminosa autonoma e fortissima che, contrastando enormemente con la penombra circostante, conferisce al personaggio un rilievo di sicura soprannaturalità.

Art. tratto da “Il Cricco di Teodoro – itinerario nell’arte (Vol. 3) Zanichelli Edit.