Torino: museo di arte moderna: San Martino e il povero di Salvatore Mangione.

Il mese di novembre, con il giorno dedicato a San Martino di Tours, ci offre lo spunto per commentare e andare a osservare un dipinto moderno a lui dedicato. Per poter ammirare il dipinto dell’artista di origini siciliane, il visitatore dovrà recarsi nell’atrio del primo piano del museo.

Il dipinto San Martino e il povero rappresenta una delle prime prove di ritorno alla pittura di Salvo; essa fu esposta in una delle mostre, considerate fondamentali per l’evolversi della ricerca artistica del pittore, ovvero quella del Museo Wallraf-Richardtz di Colonia del 1974.

Con il San Martino e il povero, l’artista desidera rappresentare il XX secolo, ispirandosi all’opera di El Greco, ma in maniera unica, conferendo al Santo il suo stesso volto, per poi sovrapporre quello della moglie Cristina. Quest’opera racchiude tutta la personalità e la freschezza pittorica dell’artista, tanto da potersi considerare un’opera matura, seppur ancora seminale. Nel San Martino e il povero, Salvo elabora e propone un linguaggio personalissimo, con una tavolozza appianata che desidera raccontare la ricchezza della pittura, nonostante i tormenti storici.

Art. tratto dal sito: https://it.blastingnews.com

Napoli: museo diocesano: Madonna del rosario coi santi Domenico e Rosa Da Lima di Evangelista Schiano.

Napoli: La “Madonna del Rosario coi Santi Domenico e Rosa da Lima” di Evangelista Schiano.

Ottobre, con le sue giornate ancora tiepide, in cui ricorre la festa dedicata alla Madonna del Rosario, ci consiglia una gita a Napoli ad ammirare un dipinto dedicato proprio a una delle devozioni più care al popolo napoletano. La tela, firmata e datata dall’artista sullo scalino ai piedi dei due Santi, era originariamente collocata nella cappella De Riso-Perrotta in Santa Maria delle Grazie a Caponapoli1, complesso monastico fondato dai frati pisani del Beato Pietro giunti a Napoli nel 1412 i quali, salvo le vicissitudini dovute alle soppressioni murattiane e post-unitarie, ebbero in cura la chiesa fino alla morte dell’ultimo di quelli nel 19532. All’interno dell’aula sacra il tema mariano era ampiamente declinato e molte venerate immagini della Vergine si conservavano lungo gli altari laterali; quella dipinta da Evangelista Schiano, allievo di Francesco Solimena, vede il classico tema della “Madonna del Rosario” in una composizione piramidale al cui vertice c’è la dispensatrice della corona, mentre sottostanti i Santi Domenico e Rosa da Lima. Numerosa la presenza di angioletti i quali ora spuntano tra le nubi, ora da panneggi sollevati, ora presi quasi in momenti di scherzoso gioco (la contesa del cesto di fiori col Bambino Gesù, la curiosità del contemplare la stella-attributo, il capolino da dietro il ginocchio di Santa Rosa), senza ignorare nel simbolismo il bel richiamo al gioco di parole “Domini-canes” suggerito appunto dalla bestiola che in bocca tiene una candela accesa: proprio dell’Ordine erano la custodia, la salvaguardia e la fedeltà dottrinale del credo cattolico, qui riassunti dal pittore nell’eloquente dettaglio.
La gestualità raccolta e i movimenti fissati, assieme all’intensità dei colori, fanno della tela una solenne evocazione di una delle devozioni più care al popolo partenopeo. Il culto alla “Madonna del Rosario”, che nella Basilica di Pompei vede il suo santuario in Italia più famoso, nasce con l’Ordine Domenicano stesso, dall’apparizione della Vergine al fondatore nel 1208; enormemente diffusosi soprattutto nel tempo della Controriforma, fu associato da Papa San Pio V alla “Madonna della vittoria”, cioè alla protezione che Maria avrebbe concesso all’armata cristiana che vittoriosamente sconfisse la flotta turca a Lepanto il 7 ottobre 1571.

Art. tratto da: https://www.museodiocesanonapoli.com

Venezia: Basilica di S. Maria Gloriosa dei frari. L’Assunta di Tiziano

Nel mese di agosto, e precisamente il 15, si celebra l’assunzione della B.V. Quale occasione migliore per recarsi ad ammirare una delle più famose rappresentazioni pittoriche e precisamente quella di Tiziano Vecellio custodita nella magnifica basilica dei frari a Venezia. L’imponente pala (6,90×3,60 metri), commissionata a Tiziano nel 1516 da frate Germano, superiore del Convento dei Frari, fu collocata nell’abside il 19 maggio 1518. Tre ordini compongono la tavola: in basso ci sono gli apostoli, stupiti ed agitati per l’avvenimento strepitoso. In mezzo la Madonna, lievissima, immersa in un fulgore di luce è circondata da una folla di angeli. In alto, il Padre che, in serena e dignitosa maestà , attira a sé la Vergine con uno sguardo d’amore. La geometria del quadro, segnata dal triangolo dei rossi, è invitato verso l’alto; la luce invece, che è vita, amore, gioia, piove dall’alto: si sprigiona intensissima dal Padre, investe la Vergine e gli angeli in un alone dorato, e diventa l’azzurro del cielo. In basso in mezzo al quadro c’è la firma di Tiziano: Ticianus. Quest’opera una pietra miliare della produzione giovanile dell’artista e, anzi, quella della sua consacrazione definitiva, al punto, grazie all’eccezionale fortuna critica, di divenire in seguito l’immagine più nota del maestro cadorino. Nel 1817 la pala venne trasportata alle Gallerie dell’Accademia, dove divenne uno dei dipinti preferiti e osannati dell’Ottocento. Il capolavoro tizianesco è tornato alla sua collocazione originaria nell’altar maggiore della Basilica il 13 agosto 1945, dove oggi si può ammirare nelle esatte condizioni per le quali l’artista l’aveva pensata.

Art. tratto dal sito: www.basilicadeifrari.it

Firenze: Galleria degli Uffizi. Natività di San Giovanni Battista del Pontormo

Fronte
Retro

Il 24 del mese di giugno è dedicato alla nascita di San Giovanni Battista, una delle figure più rappresentate nell’arte figurativa. Andiamo ad ammirane una che si trova nella Galleria degli Uffizi di Firenze e precisamente quella realizzata dal Pontormo. La Natività di san Giovanni Battista è un dipinto a olio su tavolo (diam. 54 cm) databile al 1526. Si tratta di un desco da parto cioè di un vassoio in uso nelle famiglie fiorentine più agiate, col quale si serviva un primo pasto, solitamente un brodino, alla partoriente subito dopo il parto; per questo vi erano spesso dipinti temi allegorici ben augurali o episodi sacri legati alla natività. Nel Cinquecento, comunque, si trattava di un oggetto già desueto, legato al secolo scorso, che venne commissionato probabilmente per tradizione familiare. L’opera mostra la scena della natività di san Giovanni organizzata con una certa originalità compositiva. Il letto di santa Elisabetta è disposto in orizzontale e la donna si affaccia seduta mentre con lo sguardo sta rivolta al marito Zaccaria che sta scrivendo il nome del nascituro, rompendo la punizione che l’aveva costretto al mutismo per l’incredulità riservata all’angelo che lo aveva avvisato della nascita di un figlio. Una fantesca tiene il bambino in braccio al centro, posizionandolo in diagonale lungo una linea di forza che conduce al volto della madre. Altre donne si affollano attorno, una si piega a destra per leggere il nome sul foglio, una sventola Elisabetta e una si affaccia da una tenda scura sullo sfondo, mentre una quarta torreggia slanciata sul bordo sinistro. La profondità spaziale appare assottigliata, come in altre opere dell’artista. La ricchezza di pose e di sguardi che non si incontrano direziona l’occhio dello spettatore da un estremo all’altro, con un dinamismo e una ricercatezza tipica del raffinato manierismo. Sul retro i due stemmi familiari dei coniugi sono uniti in un unico scudo su sfondo scuro, con due grottesche antropomorfe di notevole raffinatezza. La cornice in finto porfido è dipinta con grande perizia.

Art. tratto dal sito: http://wikipedia.org

Bologna – Pinacoteca nazionale. Jacopo Tintoretto: La visitazione di Maria.

Il 31 maggio si celebra la visitazione di Maria. Andiamo pertanto ad ammirare un dipinto del Tintoretto conservato nella Pinacoteca nazionale di Bologna.
L’opera rappresenta l’episodio evangelico della visita di Maria in cinta di Gesù, a sua cugina Elisabetta che era molto più anziana e che era anche vicina a dare alla luce Giovanni Battista. l dipinto presenta la l’incontro delle due cugine della Vergine Maria e Santa Elisabetta all’ingresso della casa di quest’ultima in un accesso inclinato. La Vergine Maria, a sinistra, indossa un vestito rosaceo con una sottoveste blu scura, un mantello dello stesso colore del vestito e un velo in testa. Elisabetta indossa una gonna leggera e un vestito con una sfumatura rossiccia, un leggero velo e tende le mani per ricevere e sostenere Maria.

Per lasciare spazio alla risonanza di queste parole Tintoretto ritrae Maria e Elisabetta che si salutano ancora separate senza abbracciandosi (differenza della Visitazione della Scuola Grande di San Rocco a Venezia). Dietro a Maria arriva il marito, San Giuseppe, sostenuto da un gruppo di persone di cui uno ha un’aria di attesa. San Zaccaria, marito di Elisabetta, si trova sul lato della casa ma su un piano inferiore appoggiato su un bastone che rappresenta la sua età avanzata come quella di sua moglie e all’ingresso della casa c’è una giovane donna di parte. Il dipinto è caratterizzato dalle grandi proporzioni delle figure della Vergine Maria e Santa Elisabetta che si spiccano la scena.

Art. Tratto da http://it.wikipedia.org

Venezia – chiesa di S. Giorgio Maggiore: l’Ultima Cena di Jacopo Tintoretto

Per la S. Pasqua di quest’anno andiamo ad ammirare un capolavoro di Jacopo Tintoretto e precisamente una “Ultima Cena” presente nella chiesa di S. Giorgio Maggiore a Venezia. E’ un’opera alla quale Tintoretto aveva finito di lavorare proprio nel 1594, l’anno stesso della sua morte. La grande tela presenta alcune importanti innovazione. In primo luogo l’ambientazione, all’interno di una specie di osteria popolare e poilacomposizione con la mensa disposta trasversalmente, scorciata dalla prospettiva e non parallela al piano del dipinto come nell’Ultima Cena di Leonardo. E’ la luce però la protagonista principale e assoluta. Essa proviene, per la maggior parte, da una lampada a olio appesa al soffitto. I bagliori delle due fiamme percorrono irregolarmente tutto l’ambiente, ora fermandosi sulle travi del solaio, ora sul bianco corpetto della serva che sta cercando delle stoviglie in una cesta. In questa rappresentazione vi è un realismo sincero e profondo, un’atmosfera che ciascuno poteva ritrovare in una taverna veneziana del tempo. Ma a questa luce, naturale e rossastra, si sovrappone quella, quasi fluorescente, emanata dagli Apostoli. Intorno a Gesù poi il chiarore si fa più intenso. Non si tratta di una semplice aureola, quanto piuttosto di una fonte luminosa autonoma e fortissima che, contrastando enormemente con la penombra circostante, conferisce al personaggio un rilievo di sicura soprannaturalità.

Art. tratto da “Il Cricco di Teodoro – itinerario nell’arte (Vol. 3) Zanichelli Edit.